Domenica, Maggio 20, 2012
   
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Il Cambiamento Climatico

La storia dei paesi industrializzati nel corso del Novecento si è caratterizzata per il sensibile miglioramento della qualità e del benessere della vita umana, conseguito grazie al notevole potenziamento delle tecnologie e alle nuove acquisizioni scientifiche. Tali progressi, però, hanno anche dischiuso nuove possibilità d’azione, dagli esiti non completamente prevedibili, che generano nuovi rischi ambientali, alcuni dei quali globali. 

Ci troviamo, quindi, a fare i conti con situazioni nuove per le quali non è possibile prevedere con assoluta certezza se le loro conseguenze nel futuro apporteranno più benefici o più problemi.

Un chiaro esempio di rischio ambientale globale ci è offerto dal “cambiamento climatico”. Di esso si è iniziato a parlare solo negli ultimi decenni del XX secolo, dopo che alcuni studi scientifici hanno messo in luce come non solo le nostre attività produttive, ma anche le nostre abitudini quotidiane contribuiscono all’aumento sproporzionato di gas serra. Grazie alle nuove acquisizioni della climatologia e in generale della meteorologia siamo arrivati a capire che la temperatura della terra è determinata da un complesso e sensibile meccanismo alla base del quale si trova l’anidride carbonica, un gas che svolge un ruolo cruciale nel mantenimento dell’equilibrio necessario ad ogni forma di vita. Tale gas, però, oltre ad essere presente spontaneamente in natura, è oggi anche un prodotto di scarto - come altri gas serra - di molte attività umane, in particolare quelle legate alle fonti di energia che impiegano combustibili fossili. I gas serra, di per sé, non sarebbero dannosi per la Terra, dal momento che intrappolano il calore solare all’interno dell’atmosfera, rendendo il nostro pianeta caldo e abitabile. Negli ultimi decenni del secolo scorso, però, il verificarsi di un massiccio aumento della loro presenza e l’introduzione di aeriformi prima inesistenti in natura - come i clorofluorocarburi di carbonio - hanno dato origine al problema legato al riscaldamento globale. Questi aeriformi, infatti, oltre ad aumentare l’effetto serra naturale, intaccano anche lo strato di ozono, un gas che si trova in piccolissime quantità nell’alta atmosfera (ozonosfera), e che svolge il fondamentale ruolo di proteggere la terra dalla piena potenza delle radiazioni solari ultraviolette. Soltanto in questi ultimi anni è stato individuato un “buco” nello strato di ozono al di sopra dell’Antartide, che si sta progressivamente allargando come conseguenza della graduale diminuzione dei livelli complessivi di ozono nell’atmosfera.

Le principali preoccupazioni sollevate dalla prospettiva di un cambiamento climatico globale si concentrano sul progressivo innalzamento delle temperature, ma tale fenomeno è a sua volta causa di numerosi effetti collaterali, quali lo scioglimento della calotta glaciale e dei ghiacciai di montagna, l’aumento dei livelli del mare e della relativa salificazione dei suoli, la desertificazione, la riduzione della biodiversità animale e vegetale, il diffondersi di fenomeni ambientali e di malattie attualmente tropicali, l’aggravarsi dell’inquinamento. La riduzione della protezione dalle radiazioni ultraviolette, inoltre, potrà determinare un notevole incremento dell’incidenza dei tumori negli uomini, in particolare di quelli cutanei e oculari.

Nel mondo della scienza è tuttora acceso un aspro dibattito fra i sostenitori di un atteggiamento scettico verso l’esistenza di un problema legato ai mutamenti climatici e quelli che, invece, ne riconoscono la piena valenza e la sua urgenza.

Le più recenti ricerche scientifiche, comunque, mostrano con sempre maggiore evidenza che nel corso degli ultimi decenni la temperatura mondiale ha subito un inaspettato innalzamento e che l’agire umano ne è, almeno in parte, responsabile. Questi dati, quindi, possono essere interpretati come prove a sostegno del fatto che il cambiamento climatico è un rischio ambientale globale reale che ha cause in parte naturali ma soprattutto antropiche, e ci servono per capire quanto sia importante un nostro intervento diretto, finalizzato alla riduzione delle emissioni di gas serra non naturali, per riuscire almeno a rallentarlo. Il rifiutarsi di mettere in atto qualsiasi tipo di misura per contrastarlo e addirittura il negarne la realtà, al contrario, può essere assunto come un chiaro esempio di strategia completamente irresponsabile e irrazionale, che non tiene conto dell’effettiva portata del cambiamento climatico, sia per la nostra generazione che per quelle future.

Una volta riscontrato che i rischi ambientali globali dipendono strettamente dalla sfera dell’agire umano, la società contemporanea non può più rifiutarsi di intraprendere un radicalmente ripensamento dei parametri etici tradizionali (dal momento che essi – con il loro carattere antropocentrico e i loro limiti spaziali e temporali del qui e ora – non sono idonei per affrontare i problemi attuali) mirato alla fondazione di una nuova etica globale che permetta di affrontare in modo pienamente responsabile, razionale e consapevole i nuovi rischi. La loro complessità, inoltre, richiede un nuovo approccio di ricerca, che deve essere necessariamente interdisciplinare se vuole fornirne un’analisi e una valutazione più accurata. E ancora, la stessa natura di tali rischi rende inevitabile una loro gestione mondiale, fondata su una mai tentata prima collaborazione globale fra tutte le nazioni, l’unica che possa consentire non solo l’elaborazione di una tale strategia, ma anche la sua applicazione pratica e concreta. Affinché tale collaborazione possa sperare di raggiungere i risultati previsti, però, essa deve svilupparsi in un clima di pace e di giustizia, che permetta di tenere realmente in considerazione i diritti e i doveri di tutti i paesi coinvolti, e dunque di tutti i popoli della Terra.

Dobbiamo iniziare, quindi, a guardare dritto al cuore del problema, senza farci influenzare da qualsiasi forma di interesse che non tenga conto del fatto che in gioco c’è una “risorsa ambientale comune”, una risorsa globale e imprescindibile per la permanenza della vita sulla terra, cioè l’atmosfera.

A livello internazionale, un primo passo concreto verso lo studio e la risoluzione di questo nuovo rischio ambientale è rappresentato dall’istituzione nel 1988 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), cioè il comitato tecnico-scientifico istituito dall’“Organizzazione metereologica mondiale” e dal programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), i cui membri - pur riconoscendo i margini di incertezza propri del livello delle nostre conoscenze sul sistema climatico - ritengono che i più recenti studi scientifici abbiano già dimostrato sia la reale presenza del problema sia l’effettiva connessione fra attività umane e variazioni climatiche. Secondo loro, infatti, sono soprattutto le attività umane a degradare l’ambiente in modo irrimediabile, come dimostrano i tre indicatori principali, cioè l’aumento della temperatura media globale, la riduzione dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari, congiuntamente ad alcuni fattori naturali come, ad esempio, l’attività vulcanica. In questa prospettiva, quindi, sono riconosciute sia le cause naturali sia quelle antropiche del “cambiamento climatico”.

Gli studi elaborati dai membri dell’IPCC si rivelano, dunque, molto importanti perché hanno dimostrato, scientificamente e storicamente, che a partire dalla Rivoluzione Industriale la temperatura globale ha iniziato ad aumentare, dopo essere rimasta stabile per una decina di secoli. Hanno, quindi, portato in primo piano all’interno del dibattito sul “cambiamento climatico” il problema della responsabilità umana sia per i fenomeni attualmente in atto sia per le conseguenze che si ripercuoteranno sulle generazioni future. Coi risultati raggiunti, i ricercatori hanno inoltre tentato di simulare possibili scenari climatici futuri sul breve-medio periodo, attraverso l’uso di “computer models”. Anche se i dati sperimentali offerti dalle simulazioni non possono certamente essere considerati previsioni propriamente dette (dal momento che sono fondate su semplici ipotesi circa l’evoluzione del clima, l’andamento della popolazione mondiale, i progressi tecnologici e la gestione dell’utilizzo delle risorse naturali), possono comunque essere tenuti in considerazione, ovviamente con la consapevolezza che occorre prudenza nell’interpretarne i risultati.

Un altro passo importante è consistito nella stipulazione nel 1997 del Protocollo di Kyoto, in base al quale i paesi firmatari si impegnano a ridurre le emissioni totali di gas serra. Questo protocollo ha il grande merito di rappresentare la prima vera presa di coscienza da parte dei paesi sviluppati delle reali situazioni in cui verte la nostra atmosfera e di essere il punto i partenza per la negoziazione di un nuovo accordo mondiale. Purtroppo, però, tale accordo non è stato sottoscritto né dagli Stati Uniti – uno dei principali produttori di gas serra – né dall’Australia. Invece, paesi come l’India e la Cina, nonostante abbiamo firmato il protocollo, non stanno dando seguito alle misure prese nell’accordo.

Al riguardo ci siamo occupati di alcune delle possibili soluzioni per la riduzione dell’emissione di gas serra nella nostra trasmissione “Giovani al Centro” che va in onda su Contatto Radio Popolare Network. Abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulle fonti di energia alternative e sull’uso del nucleare. Rimandiamo, per questi temi ...

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